WOKE DOWN: la spirale della purezza, le identità morali e il ritorno agli obiettivi strumentali
Il movimento che aveva fatto dell'inclusione la propria bandiera è collassato sotto il peso di una meccanica che nessuno dei suoi militanti aveva progettato ma che tutti hanno alimentato: la purezza morale usata come moneta di status. Questa è l'autopsia di quella meccanica, dal mondo Linux ai verti

“Woke 1 was crazy” (Trad. “il primo woke era una follia”).
La frase, così come la riportano CNN, Deseret News e mezza stampa americana, l’ha pronunciata ridendo Alexandria Ocasio-Cortez davanti alle telecamere di ABC News, a metà agosto, riferendosi alla stagione 2017-2020 della politica progressista americana, quella in cui, parole sue, le porte erano aperte a qualsiasi proposta pur di arrivare “in un posto migliore”, defund the police compreso. Nel giro di pochi giorni Axios l’ha accusata di riscriversi la storia in vista del 2028, il Boston Globe ci ha letto un segnale sul futuro del Partito Democratico, e la stampa progressista, da The Atlantic a Mother Jones, l’ha messa alla sbarra per tradimento (con Fox News nell’inedito ruolo di cronista divertito del fuoco amico). Fermatevi su questo dettaglio, perché contiene in miniatura tutto l’articolo che state per leggere: la donna che di quella stagione è stata il volto parlamentare prova a scendere dal treno, e il treno prova a processarla. Un movimento nato nel nome dell’inclusione che arriva a mettere sotto accusa perfino la propria icona non è un paradosso: è, come vedremo, il funzionamento normale della macchina.
Il collasso non è un’opinione
Perché di collasso si tratta, e i numeri sono lì da vedere. Meta a gennaio 2025 ha smontato il proprio apparato DEI (diversity, equity and inclusion: i programmi aziendali per diversità e inclusione), eliminando il team dedicato, i programmi di equity e il sistema di assunzioni a rosa “diversificata”, con una motivazione rivelatrice riportata da CBS News: il panorama legale e politico americano è cambiato, a partire dalla sentenza con cui la Corte Suprema nel 2023 ha vietato l’affirmative action nelle ammissioni universitarie. Walmart ha eliminato razza e genere come fattori nell’assegnazione dei contratti ai fornitori, Ford ha alleggerito le proprie politiche nel 2024 e IBM, riferisce Forbes, avrebbe fatto lo stesso citando “tensioni intrinseche”; McDonald’s, secondo ABC News, si è fermata al 30% di dirigenti da gruppi sottorappresentati contro il 35% che si era pubblicamente imposta per fine 2025. E già nel giugno 2024 Tractor Supply, catena americana di forniture agricole, aveva smantellato in un colpo solo ruoli DEI, sostegno agli eventi Pride e obiettivi climatici, tre settimane dopo una campagna social dell’attivista anti-DEI Robby Starbuck (tenete a mente questo dettaglio, perché ci servirà più avanti). Più che una ritirata ideologica annunciata con squilli di tromba, sembra una liquidazione ordinata, condotta con il linguaggio asettico dei comunicati agli azionisti, che è come le aziende seppelliscono le cose in cui non credono più.
L’elettorato, dal canto suo, aveva già messo a verbale la propria opinione. Le analisi del voto 2024, da AEI a NPR fino alla rivista socialista Jacobin (che sul punto, pur da sponde opposte, dicono la stessa cosa), certificano il compimento di un decennio di travaso: Trump ha vinto il 56% dei non laureati e la metà degli elettori sotto i centomila dollari di reddito, Harris il 55% dei laureati e la maggioranza di chi guadagna di più. Il partito che parlava in nome degli ultimi si è ritrovato il voto dei penultimi dall’altra parte. I sondaggi sull’opinione pubblica meritano onestà: il quadro non è univoco, perché accanto al Pew Research Center che misura l’erosione (i lavoratori americani per cui la DEI è “una buona cosa” scendono dal 56 al 52% in due anni) e a Gallup che registra il calo della diversità come priorità aziendale, ci sono indagini secondo cui il sostegno di fondo tiene. Ma è proprio questa ambiguità il punto: il consenso dichiarato ai sondaggisti e il comportamento reale di aziende ed elettori raccontano due storie diverse, e tra poco vedremo che questa forbice ha un nome, una teoria e trent’anni di letteratura alle spalle.
La domanda interessante, però, comincia dove finisce la constatazione: capire perché un movimento nato per includere sia diventato una macchina per espellere, così brava a espellere da dare la caccia non solo agli avversari dichiarati, ma soprattutto a chi condivideva il novantacinque per cento delle sue posizioni e aveva il torto di non condividere il residuo cinque. Perché questa dinamica, lungi dall’essere un’anomalia del woke, è la meccanica standard di ogni comunità morale, ed è talmente prevedibile che possiamo smontarla pezzo per pezzo.
La purezza non ha termostato
Il primo pezzo della macchina è un problema di economia dello status. L’inclusività come obiettivo pratico è saziabile: si può misurare, raggiungere, dichiarare conclusa. Lo status dentro un movimento morale, invece, è un bene posizionale, perché non conta quanto si è virtuosi in assoluto ma quanto lo si è rispetto agli altri; e quando tutti i membri hanno adottato la stessa virtù, l’unico modo per distinguersi è rilanciare, essere più puri della media, oppure denunciare chi resta indietro. Il rilancio sposta la media, la nuova media chiede un nuovo rilancio, e il ciclo non ha punto di arresto perché nessuno ha l’autorità di dire “così è abbastanza”.
Il giornalista Gavin Haynes, che a questo fenomeno ha dedicato un documentario per BBC Radio 4 nel 2020, lo chiama purity spiral, spirale della purezza: una comunità il cui scopo primario diventa l’attuazione di un singolo valore che non ha né un tetto né un’interpretazione condivisa. E lo ha documentato nei posti più improbabili: le community del lavoro a maglia su Instagram, il mondo della narrativa per ragazzi. Non i vertici della politica: le magliaie. Il che ci dice una cosa importante, e cioè che la spirale non dipende dal contenuto delle idee ma dalla struttura della competizione: ovunque una comunità competa su una virtù illimitata e non falsificabile, la corsa al rilancio parte da sola.
Il secondo pezzo spiega la parte apparentemente più assurda: perché la caccia si concentra sui quasi-allineati invece che sugli avversari. René Girard, nella sua teoria del desiderio mimetico, distingue tra il mediatore esterno, lontano e inarrivabile, con cui nessuna rivalità è possibile, e il mediatore interno, il nostro pari, che desidera le stesse cose nostre e proprio per questo diventa rivale [ndr. René Girard, Mensonge romantique et vérité romanesque, 1961]. L’eretico interno è un rivale mimetico perfetto: contesta il confine del gruppo dall’interno e compete per lo stesso pubblico, la stessa autorità morale, gli stessi spazi. L’avversario dichiarato, al contrario, non compete per niente di tutto questo, e soprattutto non è punibile: non ha nulla da perdere dall’ostracismo di una comunità a cui non appartiene. Il tiepido invece sì, tiene alla propria appartenenza, e quindi la leva sociale funziona solo su di lui. La caccia all’eretico, altro che eccesso di zelo, è l’unico esercizio di potere effettivamente disponibile, ed è per questo che viene esercitato.
Il terzo pezzo è quello che rende la spirale irreversibile, e ha un nome quasi poetico: evaporative cooling, raffreddamento per evaporazione. L’espressione, applicata ai gruppi di opinione, è di Eliezer Yudkowsky: come in un liquido evaporano per prime le molecole più energiche, lasciando il resto più freddo, in un gruppo sotto pressione se ne vanno per primi i moderati, quelli che hanno alternative e minor tolleranza per il clima da tribunale [ndr. Eliezer Yudkowsky, “Evaporative Cooling of Group Beliefs”, 2007]. Il gruppo residuo è più estremo, il clima si irrigidisce, lo strato successivo di moderati evapora. È un cricchetto che gira in una direzione sola, finché non resta il nucleo per cui nessuno è mai abbastanza a sinistra (il “più a sinistra di Stalin” che chiunque abbia frequentato certe mailing list riconosce al volo).
L’economia della denuncia
Tutto questo esisteva anche prima dei social, ma girava piano, perché denunciare qualcuno costava: tempo, esposizione, rischio di ritorsione. I social hanno azzerato il costo e aggiunto la ricompensa, trasformando la denuncia morale nel segnale di virtù più economico mai esistito. I filosofi Justin Tosi e Brandon Warmke lo chiamano moral grandstanding, l’uso del discorso morale per auto-promozione: il rilancio pubblico (“questo è ancora più grave di quanto pensiate”), la pila di condanne identiche, l’indignazione come performance [ndr. Justin Tosi & Brandon Warmke, Grandstanding: The Use and Abuse of Moral Talk, 2020].
E perché la macchina non resti mai senza carburante, provvede quello che lo psicologo Nick Haslam ha battezzato concept creep: i concetti di danno (trauma, violenza, abuso, insicurezza) si espandono sistematicamente nel tempo, sia in orizzontale, coprendo fenomeni nuovi, sia in verticale, abbassando la soglia di gravità [ndr. Nick Haslam, “Concept Creep: Psychology’s Expanding Concepts of Harm and Pathology”, Psychological Inquiry, 2016]. Se la definizione di offesa si allarga ogni anno, ogni anno c’è nuovo materiale per chi le regole le fa rispettare, e la spirale non conosce carestie.
L’ultimo ingranaggio è la chiusura delle vie di fuga. Due mosse rendono impossibile ogni difesa: la prima è il kafkatrapping, termine coniato (ironia della sorte, visto di cosa parleremo tra poco) da Eric S. Raymond, uno dei padri del movimento open source: negare l’accusa è la prova della colpa, perché “il privilegio si manifesta proprio nel non vederlo”. La seconda è la dottrina del “silence is violence”: la neutralità non è ammessa, chi tace è complice. Combinate, le due mosse eliminano ogni posizione sicura per il non-fondamentalista: non può difendersi, perché la difesa è confessione, e non può astenersi, perché l’astensione è colpa. A quel punto restano due opzioni, l’adesione totale o il bersaglio, che è proprio la biforcazione che chiunque abbia osservato questi ambienti conosce.
Il laboratorio Linux
Se volete vedere tutti questi ingranaggi girare a vista in un ecosistema chiuso, il mondo del software libero è il laboratorio perfetto, per una ragione strutturale che vale la pena esplicitare: le comunità open source non hanno tribunali. Niente uffici del personale, niente procedimenti disciplinari con diritto di difesa, niente organi terzi: la governance è puramente reputazionale, e quando la governance è reputazionale l’unico strumento sanzionatorio disponibile è l’esclusione sociale, cioè il linciaggio di gruppo. Aggiungete una cultura ingegneristica storicamente ruvida e franca fino alla brutalità, innestateci sopra codici di condotta scritti col vocabolario dell’attivismo, e avete attrito garantito più materiale infinito.
La cronologia parla da sola. Settembre 2018: il kernel Linux sostituisce il suo “Code of Conflict”, che si riassumeva in un be excellent to each other, con un Code of Conduct dettagliato, e mezz’ora dopo Linus Torvalds, il fondatore, pubblica un’email di scuse per la propria ruvidità storica e si autosospende dal progetto che ha creato, per riflettere sul proprio comportamento. Settembre 2019: Richard Stallman, il padre del software libero, si dimette dalla presidenza della Free Software Foundation per alcuni commenti, giudicati intollerabili, sul caso Epstein; quando nel marzo 2021 il board lo rielegge, la reazione è una lettera aperta per la sua rimozione, le prese di posizione delle grandi organizzazioni del settore e le dimissioni in massa del direttore esecutivo e di gran parte dello staff: il processo all’uomo che aveva inventato la causa. Aprile 2024: Vaxry, giovane maintainer del compositor Hyprland, viene bandito da freedesktop.org, l’infrastruttura comune del desktop Linux, non per il suo codice ma per i toni tenuti anni prima nel Discord della sua community: non potrà più nemmeno segnalare bug ai progetti da cui il suo software dipende.
Lo schema che emerge da questi casi è sempre lo stesso, ed è la firma della spirale: la sanzione è proporzionale al valore segnaletico dell’esecuzione, assai più che all’offesa. Non si punisce il danno, si celebra il rito; e il rito, per funzionare, ha bisogno di un bersaglio che sporga, non di un colpevole che abbia fatto danni.
Il mondo che cambia sotto i piedi
Fin qui la meccanica interna. Ma le spirali di purezza esistono da sempre, e non sempre conquistano università, aziende e mezzo discorso pubblico occidentale: perché questa ci è riuscita, e perché adesso sta collassando? La risposta sta fuori dal movimento, nel terreno che lo rendeva sostenibile, e la teoria che la descrive ha cinquant’anni di dati alle spalle.
Il politologo Ronald Inglehart la formulò per la prima volta nel 1977 in The Silent Revolution e la verificò poi su cinquant’anni di World Values Survey, l’indagine sui valori che copre più di cento paesi dal 1981. La tesi: le generazioni cresciute nella sicurezza materiale spostano le priorità dai valori di sopravvivenza ai valori di auto-espressione, cioè identità, autorealizzazione, qualità della vita, purezza morale [ndr. Ronald Inglehart, The Silent Revolution, 1977; Inglehart & Welzel, Modernization, Cultural Change, and Democracy, 2005]. La politica simbolica, detto brutalmente, è un lusso della sicurezza. E il corollario che stiamo vivendo è che il meccanismo gira anche al contrario: la crisi del 2008, la pandemia, la guerra in Europa, l’inflazione americana arrivata al 9,1% a metà 2022, i prezzi delle case europee cresciuti del 48% tra il 2015 e il 2023 mentre l’economia tornava stabilmente in cima alle preoccupazioni degli elettori: tutto questo ha prodotto una regressione misurabile verso i valori di sopravvivenza in gran parte delle popolazioni occidentali, una possibilità che lo stesso Inglehart aveva riconosciuto prima di morire nel 2021. Quando la sicurezza evapora, la gerarchia dei bisogni si riordina da sola: non serve che qualcuno “sconfigga” la politica identitaria, le si toglie semplicemente il terreno sotto i piedi.
C’è poi la versione di classe dello stesso fenomeno, che spiega il risentimento che il collasso si porta dietro. Rob Henderson le chiama luxury beliefs: credenze che conferiscono status a chi le professa scaricandone i costi su chi sta più in basso [ndr. Rob Henderson, Troubled, 2024]. Invocare il definanziamento della polizia costa zero a chi vive nel quartiere sicuro e moltissimo a chi vive dove la polizia serve davvero; celebrare la destrutturazione della famiglia è un vezzo per chi ha capitale sociale di riserva e una condanna per chi non ce l’ha. L’instabilità economica fa a queste credenze una cosa precisa: riattacca i costi ai proprietari. Quando il conto arriva a casa vostra, la credenza smette di essere un ornamento.
E infine c’è la ragione per cui il collasso sembra così improvviso, quando i sondaggi raccontavano da anni un’altra storia. L’economista Timur Kuran la chiama preference falsification, falsificazione delle preferenze: quando dissentire costa, le persone si conformano in pubblico e dissentono in privato, e il consenso apparente diventa molto più solido di quello reale [ndr. Timur Kuran, Private Truths, Public Lies, 1995]. È un equilibrio stabile finché il costo del dissenso resta alto, ed è esplosivo quando scende: basta che qualche figura visibile rompa il ghiaccio senza pagare pegno, e le preferenze nascoste si scoprono tutte insieme, in cascata. Il contraccolpo a cui stiamo assistendo non è una conversione di massa: è l’emersione simultanea di opinioni che c’erano già, tenute sotto falsificazione da un decennio di costi sociali. Per questo sembra sproporzionato, e per questo chi lo subisce lo vive come un tradimento improvviso: la maggioranza silenziosa era silenziosa, non assente.
La parte buona, con un’avvertenza
Qui arriva la parte che, da osservatore dei meccanismi narrativi, considero la notizia migliore di questi anni instabili: la scarsità è un test di realtà, e i problemi inventati non superano il test, perché nessuno è disposto a pagarli quando i soldi contano. L’attenzione collettiva occupata da bollette, salari e sicurezza lascia poco pubblico per le esecuzioni morali, e senza pubblico il grandstanding non paga più: il mercato dello status morale sta vivendo il suo 2008.
Ma vi devo un’avvertenza, perché la simmetria è troppo comoda per essere tutta vera. L’instabilità non seleziona i problemi reali: seleziona i problemi salienti, e sono due cose diverse. La stessa insicurezza che spazza via i dibattiti sui pronomi è il terreno ideale del capro espiatorio, che è a sua volta un problema inventato, solo con un marketing molto più concreto: “non arrivi a fine mese per colpa di loro”. La storia europea tra il 1929 e il 1933 è per intero il racconto di una crisi materiale intercettata da chi vendeva capri a prezzo stracciato. E Girard, di nuovo, ci avverte che la folla che ha finito gli eretici non si scioglie: cambia bersaglio, perché il rito le serve per tenersi insieme [ndr. René Girard, Le bouc émissaire, 1982]. Ricordate il dettaglio di Tractor Supply che vi avevo chiesto di tenere a mente? Un attivista con un seguito social, tre settimane di campagna, un’azienda che capitola smontando tutto: è la stessa identica meccanica di folla che abbiamo appena smontato, con il segno politico invertito. Chi festeggia il collasso della spirale woke usando gli strumenti della spirale sta soltanto cambiando la selvaggina, mica chiudendo la stagione delle cacce. E il pendolo che torna indietro non distingue tra il problema inventato e quello reale che il movimento aveva sequestrato come bandiera: nella purga se ne vanno entrambi, e tra qualche anno chi dovrà occuparsi di discriminazioni concrete, che esistono ed esisteranno, si troverà un vocabolario bruciato.
Questo periodo, insomma, sta riportando in cima la domanda di problemi reali, non ancora la loro soluzione: è un’apertura di mercato, non un risultato, e chi la intercetta deciderà come va a finire.
La soluzione che non piacerà a nessuno
E allora chiudo con la proposta, avvertendovi che è progettata per scontentare entrambi i tifi, perché toglie a entrambi la cosa a cui tengono di più: il piacere della purezza.
- Primo: obiettivi strumentali, non identità morali. Un movimento che si definisce per ciò che vuole ottenere può misurarsi, correggersi e soprattutto dichiarare vittoria e sciogliersi. Un movimento che si definisce per ciò che è moralmente non può dichiarare vittoria mai, perché la vittoria lo dissolverebbe: il suo incentivo strutturale è trovare offese per sempre. La domanda-test per qualsiasi causa, la vostra compresa: “cosa dovrebbe succedere perché possiate dire abbiamo finito?”. Se la risposta non esiste, non state risolvendo un problema: state alimentando un’appartenenza.
- Secondo: giusto processo anche per chi vi è odioso. Procedure di accusa e difesa, proporzionalità della sanzione, possibilità di riabilitazione. Non perché i colpevoli meritino gentilezza, ma perché una comunità senza procedura consegna il potere sanzionatorio al più rumoroso, e il più rumoroso, come abbiamo visto, ha incentivi tutti suoi. Le comunità open source lo stanno imparando a proprie spese: un codice di condotta senza garanzie processuali finisce per essere un’arma incustodita più che un tribunale.
- Terzo: l’alleato all’ottanta per cento è un alleato, non un traditore al venti. È la regola che spezza la meccanica girardiana del nemico vicino, ed è la più innaturale di tutte, perché chiede di rinunciare all’unico bersaglio punibile. Ma è anche l’unica aritmetica che costruisce maggioranze: le coalizioni si fanno con chi dissente sul residuo, o non si fanno.
- Quarto: sganciare lo status dalla virtù dichiarata e riattaccarlo al contributo verificabile. Che è poi il principio con cui il software libero ha costruito, prima della sua stagione inquisitoria, la più grande opera di cooperazione volontaria della storia umana: non importava cosa uno pensasse, importava che la patch funzionasse.
Nessuna di queste quattro regole è emotivamente soddisfacente, ed è il punto: sono noiose, procedurali, tolleranti con gente che non ci piace. Sono anche l’unico assetto che permette a una società plurale di risolvere problemi invece di consumare eretici, e vale identico per il fondamentalismo che sta collassando e per quello, di segno opposto, che si candida a sostituirlo.
La purezza è un piacere; la procedura è un lavoro. Ma l’umanità, storicamente, è andata avanti ogni volta che ha scelto il lavoro.
Per Approfondire
- CNN: “Alexandria Ocasio-Cortez’s bad explanation for her ‘woke’ comments” (10/08/2026), https://www.cnn.com/2026/08/10/politics/aoc-woke-democrats
- Deseret News: “AOC says Democrats have moved on from ‘Woke 1′” (12/08/2026), https://www.deseret.com/politics/2026/08/12/aoc-says-woke-1-was-crazy/
- Axios: “How AOC is rewriting her own ‘Woke 1’ history” (16/08/2026), https://www.axios.com/2026/08/16/aoc-walk-back-positions-2028
- Boston Globe: “AOC is talking about Woke 1.0, and it may provide a signal about the future of the Democratic Party” (15/08/2026), https://www.bostonglobe.com/2026/08/15/nation/aoc-woke-midterms-2026-2028/
- Fox News: “AOC faces progressive backlash for laughing off ‘Woke 1’ era rhetoric” (08/2026), https://www.foxnews.com/media/aocs-attempt-dismiss-woke-1-crazy-draws-criticism-left-leaning-outlets
- CBS News: “Meta ends diversity programs, joining McDonald’s, Walmart and other major companies to back off DEI” (01/2025), https://www.cbsnews.com/news/meta-dei-programs-mcdonalds-walmart-ford-diversity/
- ABC News: “Meta, McDonald’s: These companies are rolling back some DEI policies”, https://abcnews.go.com/US/mcdonalds-walmart-companies-rolling-back-dei-policies/story?id=117469397
- Forbes: “IBM Reportedly Walks Back Diversity Policies, Citing Inherent Tensions” (11/04/2025), https://www.forbes.com/sites/conormurray/2025/04/11/ibm-reportedly-walks-back-diversity-policies-citing-inherent-tensions-here-are-all-the-companies-rolling-back-dei-programs/
- CNBC: “Rural retailer Tractor Supply eliminates DEI roles, Pride support and carbon goals” (28/06/2024), https://www.cnbc.com/2024/06/28/tractor-supply-ends-dei-pride-support-carbon-goals.html
- AEI: “Working-Class Realignment”, https://www.aei.org/featured_data/working-class-realignment/
- NPR: “Why working-class voters have been shifting toward the Republican Party” (14/11/2024), https://www.npr.org/2024/11/14/nx-s1-5183060/why-working-class-voters-have-been-shifting-toward-the-republican-party
- Jacobin: “The Working Class Has Left the Building” (11/2024), https://jacobin.com/2024/11/working-class-voters-democrats-trump
- Pew Research Center: “U.S. workers’ views of DEI grow slightly more negative” (19/11/2024), https://www.pewresearch.org/short-reads/2024/11/19/views-of-dei-have-become-slightly-more-negative-among-us-workers/
- Gallup: “Fewer Americans See Diversity as a Business Priority”, https://news.gallup.com/poll/696221/fewer-americans-diversity-business-priority.aspx
- LSE USAPP Blog: “New research shows the American public continues to support DEI policies” (04/06/2025), https://blogs.lse.ac.uk/usappblog/2025/06/04/new-research-shows-the-american-public-continues-to-support-diversity-equity-and-inclusion-policies/
- Slashdot: “Linus Torvalds On Linux’s Code of Conduct” (27/09/2018), https://linux.slashdot.org/story/18/09/27/1529236/linus-torvalds-on-linuxs-code-of-conduct
- Free Software Foundation: “Richard M. Stallman resigns” (16/09/2019), https://www.fsf.org/news/richard-m-stallman-resigns
- FSFE: “Statement on Richard Stallman rejoining the FSF board” (24/03/2021), https://fsfe.org/news/2021/news-20210324-01.html
- EFF: “Statement on the Re-election of Richard Stallman to the FSF Board” (03/2021), https://www.eff.org/deeplinks/2021/03/statement-re-election-richard-stallman-fsf-board
- The Register: “Free Software Foundation staff quit en masse” (30/03/2021), https://www.theregister.com/2021/03/30/fsf_mass_resignation/
- Drew DeVault: “FDO’s conduct enforcement actions regarding Vaxry” (04/2024), https://drewdevault.com/blog/FDO-conduct-enforcement/
- UnHerd: “Cast out: how knitting fell into a purity spiral” (01/2020), https://unherd.com/2020/01/cast-out-how-knitting-fell-into-a-purity-spiral/
- Parlamento Europeo: “Housing crisis: why prices are rising and what the EU is doing about it” (14/10/2024), https://www.europarl.europa.eu/topics/en/article/20241014STO24542/housing-crisis-why-prices-are-rising-and-what-the-eu-is-doing-about-it
- Allianz Research: “High prices, thin buffers: America’s affordability crisis persists”, https://www.allianz.com/en/economic_research/insights/publications/specials_fmo/260211-US-affordability.html
- Data for Progress: “Inflation and the Economy Consistently Rank as Top Issues Among Likely Voters” (06/03/2024), https://www.dataforprogress.org/blog/2024/3/6/inflation-and-the-economy-consistently-rank-as-top-issues-among-likely-voters-and-heres-our-new-way-to-ask-issue-importance
Riferimenti teorici
- Girard, R. (1961). Mensonge romantique et vérité romanesque. Grasset
- Girard, R. (1982). Le bouc émissaire. Grasset
- Inglehart, R. (1977). The Silent Revolution: Changing Values and Political Styles Among Western Publics. Princeton University Press
- Inglehart, R. & Welzel, C. (2005). Modernization, Cultural Change, and Democracy. Cambridge University Press
- Kuran, T. (1995). Private Truths, Public Lies: The Social Consequences of Preference Falsification. Harvard University Press, https://www.hup.harvard.edu/books/9780674707580
- Tosi, J. & Warmke, B. (2020). Grandstanding: The Use and Abuse of Moral Talk. Oxford University Press
- Haslam, N. (2016). “Concept Creep: Psychology’s Expanding Concepts of Harm and Pathology”. Psychological Inquiry, 27(1), https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/1047840X.2016.1082418
- Henderson, R. (2024). Troubled: A Memoir of Foster Care, Family, and Social Class. Gallery Books
- Haynes, G. (2020). “The Purity Spiral”, BBC Radio 4 (serie Seriously…)
- Yudkowsky, E. (2007). “Evaporative Cooling of Group Beliefs”, LessWrong
- Raymond, E. S. (2010). “Kafkatrapping”, Armed and Dangerous (blog)
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